Il recente Protocollo d’intesa sottoscritto dai Ministeri della Cultura e della Salute, insieme al percorso partecipato avviato dalla Regione Emilia-Romagna per la costruzione della nuova legge quadro regionale sulla cultura, hanno riportato al centro del dibattito il tema del welfare culturale e del rapporto tra cultura, benessere e qualità della vita.
Un confronto che coinvolge sempre più istituzioni, operatori e territori e che apre nuove prospettive anche per il mondo cooperativo. Dopo l’elezione alla presidenza di Confcooperative Cultura Turismo Sport Emilia-Romagna, Otello Cenci torna su questi temi, soffermandosi sul valore sociale della cultura, sulla necessità di costruire reti tra cooperative e istituzioni e sul contributo che esperienze artistiche, educative e culturali possono offrire alla coesione e allo sviluppo delle comunità.
Presidente Cenci, che cos’è il welfare culturale e perché oggi è così importante?
Quando parliamo di welfare culturale parliamo di una visione del benessere molto più ampia rispetto a quella tradizionale. L’Organizzazione Mondiale della Sanità definisce infatti la salute come “uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale e non semplice assenza di malattia”. È dentro questa prospettiva che cultura, creatività, relazioni, educazione e partecipazione diventano elementi che incidono concretamente sulla qualità della vita delle persone e delle comunità.
Il welfare culturale non riguarda semplicemente l’organizzazione di eventi o attività artistiche, ma la possibilità di integrare competenze culturali, educative e relazionali nei processi attraverso cui si costruiscono le politiche pubbliche della salute, della formazione, della rigenerazione urbana e della coesione sociale.
Negli ultimi anni questo approccio ha trovato importanti riconoscimenti scientifici e istituzionali: nel 2019 l’OMS Europa ha pubblicato un rapporto che raccoglie oltre 900 studi sulla relazione tra arti, cultura e salute. In molti Paesi questo orientamento è già diventato politica pubblica strutturata, penso ad esempio alle esperienze di social prescribing sviluppate in Inghilterra, ma anche ai percorsi avviati in Danimarca, Svezia, Canada e Australia. La sfida oggi è adoperarsi in maniera seria e organizzata per approfondire i contenuti, divulgarli e dare attuazione a una progettazione condivisa che tenga in considerazione la cultura e l’arte quali elementi fondamentali per lo sviluppo delle persone e delle comunità.
Negli ultimi giorni il tema è entrato anche nel dibattito nazionale grazie al Protocollo firmato dai Ministeri della Cultura e della Salute. Quale significato per questo passaggio?
Il valore di questo protocollo sta soprattutto nel riconoscimento istituzionale di un lavoro che in molti territori esiste già da tempo ma che finora è rimasto spesso confinato dentro esperienze episodiche o sperimentali.
Per la prima volta cultura e salute vengono messe esplicitamente in relazione dentro una stessa visione strategica delle politiche pubbliche. Questo significa riconoscere che l’accesso alla conoscenza, alle arti e ai luoghi culturali può incidere concretamente sul benessere delle persone.
La parola chiave, secondo me, è coprogettazione. Il protocollo crea infatti le condizioni affinché mondi diversi, come culturale, sanitario, educativo e sociale, possano lavorare insieme in modo strutturale.
Anche il nostro territorio possiede esperienze molto avanzate. MADE Officina Creativa, ad esempio, ha sviluppato nell’ultimo anno un percorso di approfondimento insieme al Welfare Cultural Center, condividendo metodologie e pratiche con realtà considerate oggi riferimenti internazionali su questi temi, come Reggio Emilia.
Non è casuale che proprio recentemente la Principessa del Galles Kate Middleton abbia visitato Reggio Emilia per approfondire il “Reggio Emilia Approach”, il modello educativo ideato da Loris Malaguzzi e riconosciuto a livello mondiale per la sua capacità di mettere al centro relazione, creatività, comunità e sviluppo armonico dell’infanzia. Sono segnali che dimostrano come oggi le esperienze che intrecciano cultura, educazione e benessere siano considerate sempre più strategiche anche a livello internazionale.
Nel protocollo si parla di cultura come parte di percorsi di cura, inclusione e qualità della vita. Dal suo punto di vista, quale contributo possono dare le cooperative in questo ambito?
Le cooperative possono avere un ruolo molto importante perché spesso operano già dentro queste dinamiche, anche senza definirle esplicitamente come welfare culturale. Ci sono realtà che da anni sviluppano esperienze legate all’inclusione, alla partecipazione e alla rigenerazione sociale attraverso attività culturali, artistiche, educative o sportive.
La sfida oggi è acquisire maggiore consapevolezza del valore strategico di queste esperienze e del loro potenziale. Per questo credo sia importante costruire anche un linguaggio comune e portare queste competenze dentro i tavoli di confronto con istituzioni, sistemi sanitari, scuola e territori.
La Federazione può avere proprio questa funzione: facilitare l’incontro tra soggetti diversi, valorizzare le esperienze già esistenti e promuovere reti capaci di trasformare buone pratiche locali in percorsi più strutturati e condivisi.
Anche la Regione sta lavorando a una nuova legge quadro sulla cultura attraverso un percorso partecipato. Quali segnali arrivano da questo confronto e quali aspetti ritiene più importanti?
Il primo elemento positivo è il metodo scelto dalla Regione: un confronto aperto e partecipato, basato su un ascolto reale dei territori, degli operatori culturali e delle istituzioni.
Mi sembra importante anche il tentativo di superare una visione frammentata dei diversi ambiti culturali, ragionando invece in termini di ecosistema. Cultura, educazione, creatività, welfare, rigenerazione urbana e sviluppo territoriale oggi sono aspetti sempre più interconnessi e devono essere affrontati in maniera trasversale.
Trovo significativo anche il riconoscimento dei luoghi della cultura come infrastrutture democratiche e sociali, capaci di generare partecipazione, relazioni e sviluppo per le comunità. Biblioteche, musei, teatri e spazi culturali non sono semplicemente contenitori di attività, ma spazi di incontro e rigenerazione sociale.
Allo stesso tempo credo sia importante valorizzare la storia e la tradizione culturale dei territori, che rappresentano un patrimonio essenziale non solo dal punto di vista identitario, ma anche come leva di sviluppo turistico e qualità della vita.
Nel suo intervento all’assemblea regionale ha insistito molto sul tema della rete e della collaborazione tra cooperative. Quale ruolo dovrà avere oggi la Federazione e quale contributo pensa di poter dare alla luce della sua esperienza?
Credo che oggi la Federazione debba soprattutto favorire connessioni: tra cooperative, tra competenze diverse, tra territori e istituzioni. Viviamo una fase molto complessa, in cui nessuno può pensare di affrontare le sfide da solo.
Il mio percorso professionale nasce dal mondo dell’arte, della progettazione culturale e delle arti performative, ambiti in cui lavoro da oltre trent’anni. In questi contesti ho imparato quanto sia importante costruire relazioni, creare visioni condivise e mettere insieme linguaggi differenti.
Oggi credo che la Federazione possa diventare un luogo capace di promuovere conoscenza sul tema del welfare culturale, facilitare l’incontro tra soggetti interessati e accompagnare percorsi di collaborazione sempre più strutturati tra cooperazione, istituzioni e territori.
Anche il riconoscimento scientifico e istituzionale che questi temi stanno ricevendo ci consegna una responsabilità nuova: trasformare esperienze spesso frammentate in una rete più consapevole e capace di incidere concretamente sulla qualità della vita delle comunità.