Il cambiamento climatico presenta il conto alla viticoltura romagnola: nelle aree collinari la perdita di uve può arrivare fino al 20%, mentre temperature sempre più elevate, siccità alternata a piogge intense e maturazioni anticipate stanno modificando tempi e modalità della vendemmia. Una trasformazione che impone scelte fino a pochi anni fa impensabili, dalla raccolta sempre più precoce alla vendemmia notturna, e che rende ancora più importanti investimenti, innovazione e aggregazione tra produttori.
"Il mondo vitivinicolo che conoscevamo è cambiato – sottolinea Roberto Savini, presidente di Confcooperative Romagna-Estense –. Oggi si arriva a raccogliere già da fine luglio, con temperature molto elevate, per salvaguardare il prodotto e il lavoro delle persone. Non possiamo rispondere a questo cambiamento facendo un passo indietro: dobbiamo investire, innovare e creare le condizioni per continuare a produrre in Romagna".
Vendemmia notturna e meccanizzazione sono tra gli strumenti con cui le cooperative stanno affrontando questa trasformazione. Raccogliere nelle ore più fresche permette di preservare le caratteristiche delle uve e ridurne l'ossidazione, oltre a consentire di operare in condizioni migliori quando le temperature diurne diventano particolarmente elevate. Investimenti che la dimensione cooperativa rende più accessibili alle singole imprese agricole, mettendo in comune risorse, strutture e competenze.
La cooperazione vitivinicola rappresenta inoltre uno strumento per creare valore lungo la filiera e salvaguardare il reddito dei viticoltori specializzati nelle produzioni tipiche della Romagna. Per Confcooperative Romagna-Estense, di fronte agli effetti del cambiamento climatico la riduzione delle superfici vitate non può essere l'unica risposta alle difficoltà del settore: le scelte sui reimpianti e sulla gestione dei vigneti devono inserirsi in una strategia più ampia, capace di tenere insieme sostenibilità economica, disponibilità d'acqua, adattamento al clima e prospettive di mercato.
"La Romagna ha una precisa vocazione vitivinicola e non dobbiamo arretrare – aggiunge Savini –. La cooperazione permette di aggregare produttori, competenze e risorse per sostenere investimenti che una singola impresa difficilmente potrebbe affrontare da sola".
Una capacità di aggregazione che trova riscontro nei numeri delle cooperative del territorio. Agrintesa conta circa 1.800 soci, 7.300 ettari e 1,7 milioni di quintali di uva all'anno, per l'80% proveniente dalla pianura. La Cantina di Faenza riunisce circa 300 soci, con 1.600 ettari e 330mila quintali di uva, metà dei quali in collina, mentre la Cantina Forlì-Predappio supera i 1.600 soci, con 3.200 ettari e 550mila quintali, per il 60% provenienti dalle aree collinari.
La Cantina di Cesena conta 240 soci e 245 ettari, con circa 12.500 quintali di uva e una presenza in collina pari al 75%. Copruva di Cotignola riunisce invece 150 soci, con 734 ettari prevalentemente in pianura e circa 180mila quintali di uva.
A questa rete si aggiunge Caviro, con sede a Forlì, che riunisce 11.500 viticoltori e 36.200 ettari, registra 351 milioni di euro di fatturato ed è presente in 90 mercati esteri. Agrintesa, Cantina di Faenza e Cantina Forlì-Predappio fanno parte del consorzio Caviro, rafforzando la capacità della cooperazione romagnola di aggregare produzioni, investimenti e mercati.
Una funzione che non si limita alla commercializzazione del vino. La cooperazione vitivinicola contribuisce a mantenere attività economiche e lavoro nelle aree rurali e alimenta un indotto che coinvolge trasporti, logistica, meccanica, turismo ed enogastronomia. Di fronte a un clima che cambia, la sfida è quindi continuare a investire per preservare non soltanto la produzione, ma una filiera strettamente legata all'economia e alle comunità della Romagna.