COOPERATIVE DI DATI, INTERVISTA AL PROFESSOR FABIO BRAVO

COOPERATIVE DI DATI, INTERVISTA AL PROFESSOR FABIO BRAVO

Nel nuovo numero di Lettera dalla Cooperazione, con Fabio Bravo, professore dell’Università di Bologna, siamo andati alla scoperta di potenzialità e prospettive di questo nuovo modello di intermediazione per la governance digitale

mercoledì 7 gennaio 2026

Le “cooperative di dati” rappresentano uno dei terreni più innovativi dell’attuale dibattito europeo sulla governance digitale. Il tema è al centro del volume collettaneo “EU Data Cooperatives. L’ingresso delle cooperative di dati nell’ordinamento europeo”, curato dal professor Fabio Bravo (nell'immagine di copertina), Ordinario di Diritto Privato all’Università di Bologna e coordinatore del progetto di Terza Missione dedicato proprio a questo nuovo modello di intermediazione. Abbiamo chiesto al professor Bravo di chiarire potenzialità, condizioni e prospettive di queste nuove strutture organizzative previste dal diritto europeo.

 

Cos’è una “cooperativa di dati” e cosa la distingue dagli altri intermediari?

“Le cooperative di dati, previste dal Regolamento UE 868/2022 (Data Governance Act), vengono definite come “strutture organizzative” formate da interessati, imprese individuali e PMI che svolgono servizi di intermediazione raccogliendo i dati direttamente dai propri membri. Questa caratteristica dà vita a una governance “duale”: da un lato ciascun interessato mantiene il controllo sui propri dati, dall’altro partecipa alle decisioni sull’uso e sulle modalità di intermediazione. Il regolamento richiede inoltre che l’attività sia svolta nell’interesse dei membri, che la cooperativa li supporti nell’esercizio dei loro diritti e che negozi con i terzi, per loro conto, i termini e le condizioni per l’uso dei dati”.

 

Quale ruolo possono avere nelle politiche europee sulla sovranità digitale?

“Le cooperative di dati possono riequilibrare un sistema oggi dominato da poche multinazionali, che raccolgo e sfruttano quantità enormi di dati. Singoli interessati e PMI non hanno la capacità di raccogliere e valorizzare in modo significativo i dati. Aggregandosi in cooperative possono invece recuperarne il controllo grazie al diritto alla portabilità dei dati previsto dal GDPR. La cooperativa può recuperare dalle Big Tech i dati dei propri membri e valorizzarli a loro beneficio, consentendo a terzi l’accesso e l’uso, in cambio di un corrispettivo”.

 

Da dove partire per costituire e far funzionare una cooperativa di dati in Italia?

“Occorre innanzitutto che più soggetti decidano di aggregarsi e dotarsi di una struttura in grado di raccogliere e collocare i dati sul mercato. Servono competenze informatiche per garantire interoperabilità, sicurezza e gestione dei dati; competenze giuridiche per statuto, regolamenti, compliance GDPR e accordi contrattuali; e competenze economiche e di data analysis per operare sul mercato e negoziare condizioni di utilizzo e monetizzazione. Con il Progetto di Terza Missione di Unibo abbiamo condotto un primo importante studio della materia e fornito un primo strumento operativo, qual è una bozza di statuto di cooperativa di dati, pubblicando i risultati dell’attività progettuale in un volume collettaneo in open access. Una volta costituita, la cooperativa deve effettuare una notifica all’AgID, autorità di controllo nazionale in materia di servizi di intermediazione dei dati, iscriversi nel registro europeo degli intermediari di dati e conformandosi alle condizioni previste dal Data Governance Act. Le associazioni di categoria possono svolgere un ruolo importante nel supportare queste entità”.

 

Quali settori potrebbero trarre maggiore beneficio da questo modello?

“In un’economia ormai datificata, ogni settore può beneficiarne. I dati raccolti da cooperative agricole potrebbero essere utili per la ricerca sul cambiamento climatico. Che i dati consentano una forte remuneratività, per chi sa coglierne le possibilità sul mercato, emerge chiaramente dai bilanci delle Big Tech”.

 

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