Per quasi 40 anni Gianluca Mingozzi (nelle foto in copertina) è stato uno dei volti di riferimento della cooperazione sociale in Emilia-Romagna. Da gennaio 2026 è in pensione, dopo avere accompagnato la nascita, la crescita e la maturità del settore in qualità di funzionario responsabile dell’area welfare di Confcooperative Emilia Romagna.
Com’è iniziato e si è evoluto il suo lavoro in Confcooperative?
“Sono entrato in Confcooperative negli anni ‘80, quando l’organizzazione era in forte espansione. Ho iniziato seguendo la cooperazione di abitazione, quella che oggi è Habitat, con il compito di mettere a disposizione strumenti e competenze per consentire alle famiglie di accedere alla casa senza indebitarsi oltre misura. Dopo alcuni anni ho sentito il bisogno di cambiare, volevo avere più responsabilità nel mio ruolo e questo proprio mentre la cooperazione sociale si affacciava nell’organizzazione. Nasceva Federsolidarietà nazionale e, a seguire, la federazione regionale. Gianfranco Marzocchi, uno dei precursori dell’ambito, mi propose di passare al sociale: da allora, prima al suo fianco e poi collaborando con moltissimi altri cooperatori sociali, ho accompagnato da vicino il suo sviluppo in regione”.
Quali sono le esperienze e le sfide di quegli anni a cui si sente più legato?
“Per un lungo periodo la cooperazione sociale è stata un ambito pionieristico. Le sfide principali nei primi anni erano due: crescere come presenza sul territorio e far crescere l’organizzazione di rappresentanza settoriale dentro Confcooperative. Un’esperienza che ricordo con particolare intensità è la trattativa del primo contratto collettivo nazionale delle cooperative sociali, firmato nel 1992. Lavoravo al fianco di Marzocchi nella delegazione: era un negoziato in cui contavano tanto le motivazioni quanto i numeri. Poi è iniziata la fase di infrastrutturazione organizzativa e imprenditoriale: mantenere i valori originari, ma dotandosi di regole e strutture adeguate a servizi sempre più complessi”.
Quali sono oggi le sfide più rilevanti per la cooperazione sociale?
“Le sfide che io vedo più urgenti da affrontare sono almeno quattro. La prima riguarda le competenze: non solo quelle educative e assistenziali, ma quelle aziendali, gestionali e organizzative, senza le quali oggi non si reggono servizi complessi. La seconda è di carattere valoriale: tenere insieme motivazioni e spinte etiche con le logiche d’impresa. Se rinunciamo a questo equilibrio, la cooperazione sociale perde la sua specificità. La terza riguarda il rapporto con il settore pubblico e la quarta la reputazione del movimento: la cooperazione ha contribuito a far emergere bisogni prima ignorati e soluzioni adeguate, ma oggi deve restare un partner credibile, difendendo al tempo stesso l’immagine del sistema dagli errori di pochi”.
Perché, nell’attuale contesto, la cooperazione è ancora una forma di impresa che ha senso e valore?
“Molti motivi che hanno dato origine al movimento cooperativo restano validi, forse anche più attuali. La progressiva erosione della classe media e l’aumento delle disuguaglianze rischiano di lasciare tante persone senza strumenti adeguati per raggiungere obiettivi importanti. In passato i mezzadri e i coltivatori si sono messi insieme per comprare strumenti che da soli non avrebbero mai potuto permettersi: oggi, su altri fronti, il tema non è molto diverso. Se il pendolo si sposta solo sugli interessi individuali, gli esiti sociali non sono lusinghieri. La cooperazione, se torna a essere anche movimento e pensiero, può spostare di nuovo l’equilibrio verso forme collettive di tutela e di progresso, esattamente come successo alle sue origini”.
Che sensazioni accompagnano la conclusione di questo lungo percorso e come guarda al futuro?
“Sul piano personale è un passaggio carico di sentimenti contrastanti. Da un lato, a 66 anni, c’è il desiderio di poter dedicare più tempo a cose scelte liberamente, senza i vincoli di un lavoro che per decenni è stato totalizzante. Dall’altro, per chi è entrato in Confcooperative ‘con le braghe corte’ e vi ha passato quasi tutta la vita, è come lasciare una vecchia signora a cui si vuole bene, con i suoi pregi e difetti. Peserà anche il distacco dagli ambienti che questo lavoro ti fa frequentare, dove si sono costruiti rapporti e conoscenze. Quanto alla cooperazione sociale e a Confcooperative, resto convinto che abbiano ancora un ruolo fondamentale, a patto di tornare a produrre pensiero e a coltivare le proprie peculiarità, invece di inseguire modelli che non ci appartengono”.
👉 CLICCA QUI PER SCARICARE LETTERA DALLA COOPERAZIONE