In Italia una persona su quattro ha almeno 65 anni e 4,6 milioni di ultrasessantacinquenni vivono soli: una popolazione quasi equivalente a quella dell'intera Emilia-Romagna. Un numero destinato a crescere ancora: secondo le proiezioni Istat, entro il 2050 le persone sole con almeno 65 anni potrebbero raggiungere quota 6,6 milioni.
È da questi dati che Confcooperative, in occasione della Giornata internazionale delle persone anziane del 1° ottobre, richiama la necessità di ripensare i sistemi di welfare, cura e assistenza per rispondere a una società sempre più longeva. Dal 1965 a oggi sono stati guadagnati più di 13 anni di vita, ma a un'aspettativa media di 83,7 anni corrispondono circa 24 anni trascorsi in condizioni di salute non pienamente buona. Una condizione che interessa in particolare le donne, mediamente più longeve ma anche più esposte a trascorrere una parte maggiore della vita con cronicità o una salute percepita come non buona.
"La longevità non può essere considerata soltanto una questione demografica o sanitaria – sottolineano Stefano Granata, presidente di Confcooperative Federsolidarietà, e Mauro Abate, presidente di Confcooperative Sanità –. È una grande trasformazione sociale che riguarda le famiglie, le comunità e l'intero sistema di welfare. La sfida è fare in modo che agli anni di vita si accompagnino autonomia, dignità, relazioni e qualità della vita".
Per affrontare questa trasformazione, Confcooperative indica come priorità il rafforzamento delle politiche per l'invecchiamento in salute, dei modelli per la gestione delle cronicità e dei servizi per la non autosufficienza. Un percorso che passa dal sostegno alla domiciliarità, dalla valorizzazione del lavoro di cura e da una maggiore integrazione tra servizi sanitari, sociali e territoriali.
In questo scenario le cooperative sociali e sociosanitarie rappresentano una rete capillare di servizi, dalla presa in carico della persona all'assistenza domiciliare, dalle strutture residenziali e semiresidenziali al sostegno alle famiglie e ai caregiver. Le cooperative dell'area welfare occupano complessivamente circa 400mila lavoratori e gestiscono l'87,5% dell'assistenza domiciliare e semiresidenziale e il 53,6% delle strutture residenziali, oltre a coinvolgere una quota significativa dei medici di medicina generale. Nelle aree interne rappresentano inoltre, in molti casi, l'unico presidio sociosanitario organizzato.
"Dobbiamo spostare sempre più il baricentro dalla risposta alla fragilità già conclamata alla prevenzione e all'intercettazione precoce dei bisogni – proseguono Granata e Abate –. Questo significa investire nella domiciliarità, rafforzare i servizi di prossimità e costruire una reale integrazione tra assistenza sociale e sanitaria".
La sfida posta dall'invecchiamento non riguarda però soltanto l'accesso alle cure. Solitudine, isolamento sociale, perdita di autonomia e difficoltà delle famiglie nel sostenere i propri anziani richiedono risposte capaci di integrare la dimensione sanitaria con quella sociale e relazionale. Da qui anche la necessità di sviluppare politiche intersettoriali per l'invecchiamento attivo e modelli che favoriscano la permanenza delle persone nei propri contesti di vita il più a lungo possibile.
"Una società longeva ha bisogno di comunità capaci di prendersi cura delle persone. È questa la sfida che la longevità pone al nostro welfare e che dobbiamo affrontare insieme, istituzioni, famiglie, comunità e soggetti che ogni giorno sono al fianco delle persone", concludono i due presidenti.