Alla vigilia della Festa della Repubblica, Confcooperative richiama il profondo legame che unisce la storia della cooperazione a quella dell’Italia repubblicana. Un rapporto che affonda le proprie radici nei lavori dell’Assemblea Costituente e che trova il suo riconoscimento nell’articolo 45 della Costituzione, dedicato alla funzione sociale della cooperazione.
“Sei milioni di posti di lavoro in ottant’anni rappresentano il tratto più misurabile dell’azione di Confcooperative al servizio del Paese”, sottolinea il presidente di Confcooperative, Maurizio Gardini, evidenziando il contributo offerto dal movimento cooperativo allo sviluppo economico e sociale dell’Italia.
A condividere il percorso che ha portato alla nascita della Repubblica e alla ricostruzione del sistema cooperativo nel secondo dopoguerra furono numerose figure che ricoprirono contemporaneamente ruoli istituzionali e responsabilità all’interno di Confcooperative. Tra questi Luigi Corazzin, Francesco Maria Dominedò, Attilio Piccioni, Lodovico Montini e Mario Scelba, mentre Giuseppe Spataro e Salvatore Aldisio guidarono l’organizzazione tra il 1945 e il 1950.
“La cooperazione si riconosce figlia di quella rinascita democratica e ne diventa protagonista – osserva Gardini –. Nel panorama della ricostruzione democratica del dopoguerra, pochi episodi rappresentano con tanta eloquenza la rinascita dei valori fondamentali della Repubblica quanto la rifondazione di Confcooperative”.
Un intreccio che non fu casuale. I protagonisti della ricostruzione istituzionale del Paese furono gli stessi che contribuirono a ridare vita al movimento cooperativo dopo la guerra, nella convinzione che democrazia politica e democrazia economica dovessero procedere insieme.
Proprio su questo legame tra Costituzione e cooperazione si soffermano anche i contributi raccolti da Confcooperative in occasione del 2 giugno. Giuseppe De Rita, fondatore del Censis, e Daria de Pretis, vicepresidente emerita della Corte Costituzionale, offrono infatti due letture differenti ma convergenti sul ruolo che la cooperazione ha avuto e continua ad avere nella vita democratica del Paese.
De Rita richiama le radici storiche del movimento cooperativo di ispirazione cristiana, nato nel solco della Rerum Novarum e sviluppato grazie all’intuizione di don Luigi Sturzo. Una realtà che contribuì alla formazione di quei corpi intermedi che sarebbero poi diventati uno degli elementi portanti della Repubblica. “La cooperazione diventa in quegli anni il luogo in cui l’intreccio tra politica, partiti e società civile trova la sua forma più matura”, osserva il sociologo.
De Pretis, invece, propone una rilettura dell’articolo 45 come uno dei cardini del pluralismo economico disegnato dalla Costituzione. “La Carta non sceglie né un modello esclusivamente liberista né uno collettivista, ma riconosce il valore di una pluralità di forme economiche. Non a caso il verbo utilizzato dai Costituenti è ‘riconosce’: la cooperazione è una realtà che precede lo Stato e che lo Stato si limita a valorizzare e promuovere”.
Secondo l’ex vicepresidente della Corte Costituzionale, il principio cooperativo continua inoltre a rappresentare un riferimento attuale per l’intero ordinamento democratico: “La Costituzione è essa stessa un progetto cooperativo: una comunità di persone, di corpi intermedi e di istituzioni chiamati a concorrere insieme, con spirito solidaristico, alla costruzione del bene comune”.
Da allora la cooperazione aderente a Confcooperative ha accompagnato la crescita del Paese in tutti i principali settori economici: dall’agricoltura alla pesca, dal credito al sociale, dalla distribuzione al lavoro, dalla cultura al turismo, contribuendo alla creazione di milioni di posti di lavoro e allo sviluppo delle comunità locali.
“Celebrare la Repubblica – conclude Gardini – significa per noi rinnovare un patto con i valori che l’hanno fondata. La cooperazione oltre a essere una forma d’impresa è una risposta alla domanda su come vogliamo stare insieme”.
Foto principale da quirinale.it