Dopo il riconoscimento dell’economia sociale come ecosistema strategico europeo, il dibattito si concentra ora sulla capacità delle istituzioni di accompagnare concretamente questo modello attraverso strumenti normativi, finanziari e politiche adeguate. Nell’articolo pubblicato da Il Sole 24 Ore, nello speciale Centro, il presidente di Confcooperative Emilia Romagna Francesco Milza riflette sulle sfide che attendono il sistema cooperativo, dal welfare alle aree interne, dalle comunità energetiche al ricambio generazionale, evidenziando il ruolo della cooperazione come infrastruttura economica e sociale per lo sviluppo dei territori. Di seguito l’intervista completa.
“Il riconoscimento c’è stato. Adesso serve tradurlo in scelte concrete”. Francesco Milza, presidente di Confcooperative Emilia Romagna, sintetizza così la fase che attraversa oggi l’economia sociale in Europa. Il tema è tornato al centro del confronto europeo nelle scorse settimane, anche in occasione del seminario “Promuovere e favorire l’economia sociale: framework per un’Europa resiliente e competitiva”, promosso a Bruxelles all’inizio di aprile da Cooperatives Europe, Confcooperative e Federcasse insieme al Comitato economico e sociale europeo (CESE). Un passaggio che ha confermato come il modello sia ormai pienamente legittimato a livello comunitario, ma ancora in cerca di una traduzione compiuta in politiche coerenti e strumenti operativi.
Negli ultimi anni il percorso è stato intenso: Raccomandazione europea agli Stati membri, Piano d’azione nazionale ancora in fase di definitiva approvazione, definizione condivisa, riconoscimento come ecosistema di attori. Eppure, proprio mentre il quadro normativo si consolida, il rischio è quello di una nuova marginalizzazione, schiacciata tra le priorità della competitività aziendale, della sicurezza e delle transizioni tecnologiche oltre che delle dinamiche geopolitiche.
“In questa fase – prosegue Milza – non basta più affermare il valore dell’economia sociale. Il punto è costruire condizioni normative e finanziarie coerenti, capaci di accompagnarne davvero lo sviluppo. E di invividuare anche a livello istituzionale gli interlocutori più adeguati, con una razionalizzazione delle sedi di confronto e decisionali. Altrimenti rischiamo di restare a metà del guado: un modello riconosciuto, ma non ancora pienamente messo nelle condizioni di incidere”.
Il tema riguarda direttamente anche l’Italia. Il Piano nazionale per l’economia sociale rappresenta un passaggio atteso perché prova a dare una cornice unitaria a un sistema ampio e articolato: quasi 400mila organizzazioni, oltre 1,5 milioni di lavoratori, un ruolo che incide su welfare, lavoro e sviluppo locale. La sfida, ora, è tutta nell’attuazione. E la cooperazione, determinante in questo contesto, vuole essere protagonista.
È su questo terreno che l’economia sociale mostra la propria natura: non ambito separato, ma infrastruttura economica e sociale. Dalle cooperative sociali, che generano inclusione lavorativa e benefici economici per il sistema pubblico, alle comunità energetiche che rispondono alle nuove vulnerabilità, fino alle filiere cooperative agroalimentari capaci di coniugare competitività e redistribuzione del valore.
“Non è un settore tra gli altri – sottolinea Milza – ma un modo di fare impresa che tiene insieme mercato e interesse generale. La cooperazione, e quindi l’economia sociale, dimostra che si può essere competitivi producendo allo stesso tempo valore per le comunità e per i territori”.
La vera discontinuità, però, è un’altra: i problemi non sono più separabili. La crisi abitativa, la difficoltà di accesso ai servizi, lo spopolamento delle aree interne fanno parte di un’unica trasformazione che mette sotto pressione coesione sociale e competitività. In questo scenario, l’economia sociale non è una risposta residuale, ma una possibile infrastruttura di sviluppo. È qui che la cooperazione propone soluzioni in linea con il modello come le cooperative di comunità e i Servizi di interesse economico generale (Sieg): garantire servizi essenziali dove il mercato arretra significa non solo contrastare il declino demografico e favorire integrazione sociale e culturale, ma anche preservare condizioni minime di attrattività economica e sociale.
“In particolare nelle aree più fragili – prosegue Milza – si vede con chiarezza la funzione dell’economia sociale. Dove il mercato non arriva, queste realtà tengono insieme servizi, lavoro e comunità. È su questi aspetti di produzione valoriale che anche le politiche pubbliche devono fare un salto di qualità”.
È quindi una sfida che parte soprattutto dai territori. In Emilia-Romagna, dove l’economia sociale ha un radicamento storico e una dimensione strutturale, questo modello è già oggi parte integrante del sistema economico: oltre 8mila organizzazioni, circa 3.500 cooperative e più di 70mila addetti, con un’incidenza significativa sull’occupazione regionale. Una presenza diffusa che consente di connettere filiere produttive, servizi e comunità, rendendo l’economia sociale non un segmento separato, ma un’infrastruttura dello sviluppo locale. Un’infrastruttura dal carattere intersettoriale, come sta emergendo nelle assemblee di rinnovo cariche delle assemblee di Federazione di Confcooperative Emilia Romagna, che sono “il punto di raccordo più vicino alle cooperative sotto il profilo imprenditoriale”. Oggi, ragiona Milza, queste Federazioni “diventano luoghi di sintesi, in cui esperienze diverse si incontrano e costruiscono risposte comuni. L’intersettorialità non è più un’opzione, è una condizione strutturale della stessa economia sociale”.